Buona Pasqua da San Pellegrino in Alpe

scritto da Beppe Tritone
Scritto Ieri • Pubblicato 15 ore fa • Revisionato 15 ore fa
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Racconto di Pasqua Le Uova che Tornano Indietro
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Testo: Buona Pasqua da San Pellegrino in Alpe
di Beppe Tritone

A San Pellegrino in Alpe la Pasqua arrivò in ritardo.

Non di un giorno.
Di qualche anno.

Nessuno si preoccupò troppo.
Il tempo, lì, aveva sempre avuto un passo tutto suo,
un po’ storto come la sedia di Ermete,
che ora stava fuori dal Dopolavoro, accanto a quella rotta,
come due vecchi amici che non hanno più bisogno di sedersi.

La prima stranezza fu l’uovo.

Comparve sul bancone di Donato una mattina presto.
Non di cioccolato.
Non decorato.

Un uovo vero.
Bianco, opaco, leggermente caldo.

Donato lo guardò.
Non disse nulla.

Lo spostò di qualche centimetro.
Poi lo riportò dov’era.

«Questo non è di qui,» disse infine.

Ermete, se ci fosse stato, avrebbe sorriso.
Ma Ermete non c’era più.
O meglio, non c’era nel modo in cui si conta la presenza.

Riccardo F. arrivò poco dopo.
Guardò l’uovo, poi Donato.

«Non mi sembra un delitto,» disse.
«Non ancora.»

Gino Balocchi annotò:
Le cose cominciano sempre quando non sembrano niente.

Durante la giornata comparvero altri oggetti.

Una ciotola d’acqua vicino alla porta.
Pulita.
Come appena riempita.

Un vecchio guinzaglio appeso a un chiodo
che nessuno ricordava di aver mai usato.

E poi, nel pomeriggio,
qualcuno giurò di aver sentito un passo leggero
sul pavimento del Dopolavoro.

Uno solo.

«Sta tornando qualcosa,» disse Donato.
«Non qualcuno.
Qualcosa.»

Riccardo F. non rispose.
Guardava la porta.
Come se si aspettasse che qualcuno entrasse
senza bussare.

La voce del sindaco arrivò, come sempre, senza il sindaco.

Un messaggio lasciato al telefono del Comune:
«Stiamo monitorando eventuali anomalie pasquali.
Si invita la cittadinanza alla calma.»

Donato lo ascoltò.
Versò vino.
«Quando monitorano la Pasqua,» disse,
«vuol dire che non hanno capito nulla della resurrezione.»

La sera, il paese si raccolse senza deciderlo.

Nessuna riunione.
Nessun invito.

Solo una sensazione comune:
che qualcosa stesse cercando di ritrovare la strada.

Fu allora che accadde.

La porta del Dopolavoro si aprì.

Non con forza.
Non lentamente.

Nel modo giusto.

E Argo entrò.

Non fece scena.
Non corse.

Camminò.

Il muso leggermente grigio,
gli occhi pieni di quella pazienza che non si impara.

Si fermò al centro della stanza.

Guardò tutti.
Ma cercava uno.

Il silenzio non fu di paura.
Fu riconoscimento.

Donato abbassò lo sguardo.
Gino smise di scrivere.
Riccardo F. fece un passo indietro,
come si fa quando si capisce che non si è più dentro un’indagine.

Poi arrivò Ermete.

Non da fuori.
Non da dentro.

Da quel punto preciso in cui le cose che abbiamo perso
decidono, per un attimo, di non esserlo più.

Si fermò accanto ad Argo.
Non parlò subito.

Guardò la stanza,
la sedia fuori,
Donato,
Riccardo.

E sorrise.

«È Pasqua,» disse.
«E certe cose… provano a tornare.»

Nessuno chiese come.
Nessuno chiese perché.

Erano domande che non servivano.

Ermete si chinò.
Accarezzò Argo.

Non c’era più peso.
Non c’era più colpa.

Solo un gesto finalmente leggero.

«Questa volta,» disse piano,
«restiamo poco.»

Argo lo guardò.
Come sempre.

Donato si avvicinò.
«Vi fermate per un bicchiere?»

Ermete sorrise.
«Solo se sbagli il conto.»

Donato annuì.
«Sempre.»

Bevvero.

O qualcosa di molto simile.

Il tempo, per un momento,
non fece il suo lavoro.

Gino Balocchi scrisse una sola frase:
Non tutto ciò che torna resta. Ma tutto ciò che torna cambia qualcosa.

Il sindaco, da qualche parte,
stava probabilmente preparando una nota ufficiale sulla “anomalia”.
Ma nessuno la ascoltò mai.

Quando Ermete e Argo uscirono,
nessuno li seguì.

Non per rispetto.
Perché certe cose non si accompagnano.

Si lasciano andare.

La mattina dopo, l’uovo non c’era più.

Al suo posto, sul bancone,
Donato trovò un piccolo segno.

Una crepa sottile.
Perfetta.

Come qualcosa che si è aperto
senza rompersi.

Riccardo F. lo guardò.
«Allora?»

Donato sorrise.
«Nessun delitto,» disse.
«Solo un ritorno.»

Pausa.

«E come tutti i ritorni,
non spiegabile.
Ma necessario.»

Il confine oscillò piano.
Non per tensione.
Per gratitudine.

E San Pellegrino in Alpe capì che la Pasqua
non è quando qualcosa torna in vita.

È quando smetti di pensare
di aver perso per sempre.

E da quel giorno,
ogni tanto,
qualcuno lasciava una ciotola d’acqua fuori dal Dopolavoro.

Così.
Senza motivo.

O forse sì.

Buona Pasqua da San Pellegrino in Alpe testo di Beppe Tritone
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